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Testo di Salvatore Romano - Mostra Personale Biblioteca Civica Contursi Terme 2008.

Non posso parlare dell’arte di Antonio Boffa operando una distinzione tra le diverse tecniche da lui adoperate. E’ chiaro come in Antonio vi sia un filo conduttore che unisce le diverse forme espressive. Egli, dopo gli studi artistici, ha coltivato e coltiva uno dei lavori più interessanti: l’arte della terracotta. Infatti Boffa è ceramista apprezzato e non solo nel territorio nazionale ma anche oltreoceano. Le sue ceramiche sono manufatti realizzati con maestria meticolosa che ci dona immagini che suggeriscono il movimento sia che rappresenti una figura umana che una foglia o altro oggetto, il tutto con caldi colori di una brillantezza che rimane nel cuore.
Ma tutta l’opera del maestro è carica di “movimento”, persino i suoi paesaggi “montani” realizzati con istintivo segno. Paesaggi che ricordano artisti come Chagal per la purezza e semplicità delle immagini, come Escher per la sensazione, ad un primo sguardo, di labirintiche scale e case che in realtà non vi è: non è creata da Antonio ma è qualcosa che si costruisce nella nostra mente pur non essendoci, mentre in Escher tutto è “costruito” volutamente per realizzare le sue trappole visive.
Antonio mi piace come artista perché il suo è un realismo-surreale che mi riporta ad un passato nostalgico, fanciullesco, il desiderio di un tempo “bloccato”, fermato, sospeso. Con quanta perizia costruisce quelle case una sopra l’altra con le strade a scalini, ancora oggi presenti in paesi di montagna come nella mia Sicilia. Paesi costruiti con arida pietra riscaldata dal sole, paesi che ci raccontano di contadini e pastori e braccianti agricoli sfruttati. Paesi i cui tetti delle case, e strade lastricate sono arroventate dal sole meridionale che inaridisce la terra e secca i pozzi. Ma pur sempre pieni di vita, allegri e sorridenti nei volti della gente; paesi che visti con l’occhio di Antonio ti fanno venir voglia di ritornar bambino e percorrerle ridendo e correndo magari facendo rotolare un vecchio copertone d’auto con l’ausilio di una bastone di legno come si usava fare ai tempi di quando ero io bambino. Una nota di serenità, un desiderio di semplicità, la voglia di luoghi non intossicati dall’inquinamento sia dell’aria che acustico che oggi purtroppo abbiamo nelle nostre metropoli. Luoghi dove poter sognare respirando a pieni polmoni, luoghi che ci accolgono abbracciandoci con quelle scalinate come fossero braccia o tentacoli per avvinghiarci; luoghi del sogno, della fantasia eppure reali, dove la presenza umana pur non vedendosi la si avverte, chiusa in quelle case a portare avanti la loro serena esistenza.E infine non posso non parlare delle grafiche di Boffa, quelle delle chine acquerellate dove la presenza umana, invece, è tangibile. In questa serie Antonio unisce le nature morte o i paesi con l’essere umano e devo riconoscere che non hanno meno forza delle precedenti soprattutto considerando che in questi disegni Antonio presenta un segno grafico poco curato, di getto, il colore è un contorno ma rimane il segno, forte ed espressivo. Vi si possono vedere influenze di artisti come Pablo Picasso o Renato Guttuso, e reminiscenze di Tono Zancanaro ed Emilio Greco, in questo connubio di limoni, foglie, chiese e volti femminili.
Ma una differenza dalle maioliche e dai paesi montani l’ho avvertita: in queste opere intravedo un Boffa meno sereno, meno appagato e più tormentato, sia nel segno che nel colore e anche nella scelta dei soggetti; in questi vi vedo un Boffa insoddisfatto del proprio lavoro perchè sa di poter fare di più, di sperimentare altro e questo è il tormento del “creativo” mai realizzato dalle proprie fatiche: l’eterna scontentezza che accompagna il vero artista fino alla fine.Io non sono un critico d’arte, sono un pittore che come Boffa “cerco” me stesso e difficilmente mi entusiasmo al lavoro di un collega, vi ci trovo sempre mille difetti, tante incongruità. Nel caso di Antonio è diverso, sin da subito mi ha affascinato questo suo modo disincantato di proporre una realtà che, magari anche suo malgrado, risulta poi essere satura di fiabesche atmosfere e che secondo me è il pregio “primo” del suo lavoro. L’arte, un’opera d’arte, cosa deve essere se non anche un sogno per ognuno di noi? Capace di riportarci indietro nel tempo, farci ritornare bambini, darci l’illusione che la vita val la pena viverla pienamente? Quanti artisti per creare la loro opera hanno sacrificato la loro stessa vita? E non lo hanno fatto per arricchirsi ma per lasciarci una speranza!

Salvatore Romano

Firenze 13 maggio 2008


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